Spunti
Vi segnaliamo due articoli interessanti che possono contribuire ad arricchire il dibattito:
Improduttivi perché inamovibili
di Francesco Daveri
Relazioni pericolose
di Fabiano Schivardi e Francesco Lippi
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1 commento:
Chi si considera riformista dovrebbe avere a cuore i temi trattati negli interventi segnalati. Il rinnovamento della classe dirigente, sia essa classe politica, classe produttiva o ancora intellettuale, implica necessariamente l’assunzione di un modello sociale disponibile a condividere le “esperienze” lato sensu con le nuove generazioni. Provo ad addentrarmi in un ragionamento che intrecci politica ed economia, avendo questi due medesima natura. E provo anche a fare un discorso che valga per il caso Italia, lasciando da parte in questo momento l’Europa.
Gli articoli evidenziano, a mio avviso, un problema cronico del sistema produttivo che passa per: 1) la natura stessa della struttura produttiva, legata tradizionalmente in Italia al “networking”, come dimostra il caso dei distretti che rappresentano un fenomeno sociologico ancor prima che economico; 2) dalla carenza dell’incentivo economico come strumento di incremento della produttività fondato principalmente, come giustamente evidenziato da Daveri, sulla seniority, ancor prima che su specifici indicatori di efficienza/efficacia.
Fondamentalmente è la differenza che caratterizza la suddivisione operata dagli economisti tra cluster di impresa (incentrati sul calcolo economico e sull’indagine delle esternalità) e distretti (sostenuti invece dalle relazioni informali).
Un peso non indifferente che influenza la struttura produttiva deriva certamente dalla natura del Made in Italy, sostenuto da manufatti tradizionali con scarso contenuto tecnologico applicato, ed elevata intensità di lavoro (fortunatamente non è così per tutte le aziende). La capacità di stare sul mercato si fonda quindi sull’abilità nel creare network da parte dei manager, di vendere in un certo senso un’”idea di prodotto” ancor prima che un prodotto con caratteristiche innovative. E’ allora interessante, a mio avviso, porre un altro interrogativo: qual è il rapporto di causazione tra struttura produttiva ed età? Voglio dire: è l’età elevata dei manager ad influenzare la scarsa propensione all’innovazione di processo/prodotto o è la natura del prodotto a far si che la domanda di competenze manageriali si sposti su soggetti inclini o formati per sostenere i network (tipicamente manager di età avanzata, come evidenziato da Schivardi)?
Lo stesso discorso potrebbe valere, per estremizzare, sul fronte politico: è l’età dei dirigenti politici ad influenzarne i contenuti o è la struttura sociale a determinare una domanda di politici di età avanzata per rispondere ad attese ed interessi particolari?
Fatte queste considerazioni, torno al punto di partenza: è giusto porre tetti demografici per favorire il ricambio generazionale, sia esso in politica, in economia, ecc.? A mio avviso è un po’ come l’annosa questione delle quote rose: è necessario partire da un cambiamento di cultura, e difficilmente l’imposizione dall’esterno di qualsivoglia vincolo può determinare cambiamenti dirompenti.
La missione del Partito democratico, oltre che creare una classe dirigente nuova (e giovane), è a mio avviso anche quella di creare un nuovo modo di pensare: nell’economia, nella politica e più in generale nella società, partendo da una motivazione autosospinta, e non da imposizioni esterne.
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